Anche a Romano di Lombardia, una popolosa località del Bergamasco situata a una ventina di chilometri dal capoluogo, negli anni Sessanta era in pieno svolgimento il cosiddetto miracolo economico. Lo si capiva soprattutto dall’arrivo di auto nuove a casa di imprenditori che con spirito d’iniziativa e tanta voglia di lavorare si erano affrancati dalla condizione di operai. La qualità della vita della popolazione puntava al futuro cambiando rapidamente in meglio, ma il livello sociale e culturale restava ancorato a un passato di impronta tradizionale, in cui si erano radicati nell’etica sociale alcuni principi, relativi all’educazione dei figli, che venivano applicati tali e quali anche a distanza di decenni.

Uno degli assiomi fondamentali imponeva di abituare i figli al lavoro fin dall’infanzia, obbligandoli ad aiutare in casa nel disbrigo delle faccende domestiche, una volta finiti i compiti. Mansioni che si intensificavano al giovedì, all’epoca giorno di vacanza per i bambini che frequentavano le scuole elementari. In questo modo essi si sarebbero abituati a fronteggiare le difficoltà della vita; così almeno ritenevano i genitori, i quali a loro volta, avevano subito, da piccoli, la stessa sorte. La formazione culturale, invece, non era negli obiettivi dell’educazione da imporre ai giovani della famiglia e veniva trascurata al punto che in casa si parlava il dialetto, un’abitudine in contrasto con la frequentazione delle classi scolastiche dove vigeva l’italiano. Il bilinguismo spesso dava origine a equivoci perché da un lato i genitori conoscevano assai poco l’italiano e, dall’altro i figli stentavano a capire certi vocaboli del dialetto.

Ligio ai dettami educativi tradizionali, un commerciante di vino del paese pretendeva che ogni minuto di tempo libero delle due figlie, Eugenia e Marilena, di nove e dieci anni, fosse impiegato in attività lavorative, anche non prettamente femminili. Una domenica, pur di non vederle oziare, il genitore impose alle ragazzine di pulire l’interno della sua nuova automobile e concluse il discorso con una esortazione, nell’unica lingua da lui praticata, il dialetto: “Me racumànde, oli de gòmbet!”.

Le ragazze annuirono, ma, rimaste sole, si chiesero cosa avesse voluto dire il genitore, oscuro come era sembrato il vocabolo “gòmbet”. Avendo invece capito il termine “oli”, nel cassetto della credenza dove veniva riposta la bottiglia di olio d’oliva, la presero, sicure che il babbo avesse voluto indicare proprio l’olio d’oliva per rendere più brillanti le superfici all’interno della macchina. Di buona lena si misero a spargere il liquido giallastro sul cruscotto, poi sul quadro strumenti, ancora sul volante, sui rivestimenti in finta pelle della parte interna delle portiere per poi iniziare a lucidare, dapprima lentamente poi con movimenti sempre più rapidi. Il panno nella mano destra delle due ragazze operava uno sfregamento talmente efficace da rendere sempre più brillanti le varie parti su cui era stato distribuito l’olio d’oliva. A operazione finita, l’interno dell’auto appariva splendente, quasi abbagliante.
La soddisfazione che s’impossessò delle due sorelle per la riuscita del compito che era stato loro affidato fu di breve durata. Quando il genitore, tornato dalla messa domenicale, si rese conto di quanto era successo e soprattutto del liquido che era stato spalmato dentro la macchina, chiamò a gran voce la moglie e, apostrofando in modo non proprio delicato le colpevoli di tanto misfatto, pretese che si iniziassero subito le operazioni di pulitura nonostante fosse scoccato il mezzogiorno e i cibi fossero già pronti nel forno.

Togliere l’olio da quelle superfici rivestite di tessuti come sky e plastica fu tutt’altro che facile. A un certo punto, per dare impulso al lavoro, dovette intervenire la madre, la quale poi fu costretta ad avvalersi dell’apporto della nonna, abituata a pulire e lucidare fin da quando era bambina. Soltanto con la sinergia delle quattro donne, lentamente, l’olio d’oliva venne tolto, ma ci vollero un paio d’ore per portare a termine il lavoro. Finalmente, verso le due del pomeriggio, ci si potè sedere a tavola per mangiare quanto il capo famiglia aveva lasciato, essendosi messo a tavola come al solito a mezzogiorno senza attendere le donne di casa. Tuttavia, nonostante l’inconveniente, alle due ragazze non mancò il buonumore e, mentre fregavano chi il cruscotto e chi la plancia per togliere il liquido oleoso, si chiedevano divertite cosa sarebbe successo se avessero distribuito l’olio d’oliva anche sui sedili, risparmiati soltanto perché lasciati come ultimi oggetti da pulire. Poi, di nascosto vollero levarsi il dubbio che le assillava e chiesero alla madre il significato di “gòmbet”. “Gomito” rispose la madre. Le due ragazzine continuarono a non capire.

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Sperangelo Bandera

Sperangelo Bandera

Giornalista professionista, per 18 anni corrispondente del Corriere della Sera, oggi è Vice direttore di AutoCapital. Mosso dalla passione in tutto ciò che fa, scrive e descrive solo le automobili che guida per amore: conta forse altro nella vita?

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